venerdì 12 luglio 2013

IL CANTO ESTIVO DELLA MURGIA



“I greci le salutavano figlie della Terra, e le onoravano emblema della nobiltà autòctona”.
(Giosuè Carducci – Confessioni e Battaglie – San Miniato al Tedesco).

Come tutti gli anni le cicale sono tornate ad abitare le nostre campagne, a renderle meno solitarie e ad accompagnare la luce ed il caldo soffocante dell’estate murgiana. 
Le cicale sono insetti particolari ed unici per il loro canto.
Sono state venerate come doni divini e denigrate come emblema del fannullismo.

“Adà sh’cattè come a na’ c’càle” si dice a chi parla troppo e con poca cognizione di causa, rifacendosi alla diceria che le cicale cantino fino a morire.
Platone diceva che fossero la reincarnazione degli antichi artisti che avevano sacrificato all’arte le proprie vite, dimenticandosi dell’amore e dei bisogni corporali.
Io ricordo tante estati passate a lavorare nei campi, accompagnato dal canto delle cicale che ti culla durante le afose giornate.
Mio padre mi raccontava che da bambini usavano le cicale come sonagli. I bambini, infatti, catturavano più cicale che potevano, riempendone le magliette, per poi portarle in giro scuotendole per farle cantare.
Io, invece, mi ricordo tutte le volte che mi hanno spruzzato in testa quando salivo sugli alberi. Spero non fossi pipì, ma fa poca differenza...
A parte il canto, la cicala affascina per la sua misteriosa doppia vita: da larva vive per un lungo periodo sotto terra, per poi uscire in superficie e spiccare il volo.
Da qui in poi canterà fino alla fine dei suoi giorni.
Il frinire delle cicale è il canto estivo della nostra Murgia.





Foto: Giovanni Bellini con cellulare

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