
“[...]chi ascende questa gradinata per la Bari-Taranto* o la Bari-Altamura**, può [...] godere il doppio spettacolo dei due versanti, di quello verso l’Adriatico, intensamente alberato di ulivi e mandorli, con in fondo le forti tinte azzurrine e viola del mare e qua e la gli innumerevoli borghi distesi come strisce bianche, e poi quello della brulla solitudine murgiana [...].”Così Tommaso Fiore in “Un popolo di Formiche” descriveva le due facce del paesaggio murgiano: quella della terra più elevata ed aspra, l’Alta Murgia, caratterizzata dal suo roccioso volto grigio, brullo e calcareo ove i pascoli ed i seminati facevano da padroni e, sugli orli, i terreni bassi e più accessibili, dedicati alle culture arboree di ulivi, mandorli e viti.
Paesaggi, questi che hanno in comune la naturale artificialità dei loro aspetti, donatigli dall’uomo della Murgia che, con ostinata fatica, ha plasmato il roccioso territorio murgiano rendendolo coltivabile.
La pietra della quale, con indicibile fatica liberava i campi per renderli coltivabili, veniva utilizzata per costruire le strutture utili alle attività economiche del tempo.
Ancora oggi possiamo attraversare il territorio murgiano utilizzando gli antichi tratturi (percorsi battuti utilizzati in passato per la transumanza) ed ammirare le masserie e gli jazzi, ove ricoveravano i pastori e le loro greggi, i lamioni ed i trulli che alloggiavano i contadini durante il raccolto, i muretti a secco, che suddividono ancora oggi i terreni e ne sostengono i terrazzamenti, fino alle abitazioni ed alle chiese rupestri che i nostri avi hanno scavato proprio nella roccia. Un paesaggio, questo, che porta in viso i segni del dolore e della fatica di uomini che, traendone da esso la vita, hanno donato in cambio l’unica ed ineguagliabile bellezza che oggi lo contraddistingue, una bellezza scolpita nella pietra.
“Dove imperiava la lunare pietraia e lo sparuto ciuffo di sterpaglia martoriato dal freddo vento delle Murge, sorridono al sole mandorli in fiore, argentei ulivi e imperlate vigne dove superstiti uccelli danno vita a un mondo sonoro di naturale letizia , nel quale l’immaginario e il sogno diventano realtà e la viva sete del bello si accresce deliziosamente di immagini poetiche in silenzi arcani”. (A. Giovine, Proverbi Pugliesi, Aldo Martello Editore, Milano,1970 ).
FOTO: Giovanni Bellini
* Ferrovie dello Stato, Tronco Taranto
** Ferrovie Appulo Lucane
Bibliografia di riferimento:
-S. Panareo, Collezione Almanacchi Regionali – Puglia, Torino, 1926, G.B. Paravia;
-F. Tateo, P. Sisto, Terradi Bari, luoghi di memorie, Bari, 2012, Cacucci Editore;
-T. Fiore, Un popolo di formiche, Roma-Bari, 1951, Laterza;
-T.Fiore, Puglia laboriosa, Palermo, 1926, Industrie Riunite Editoriali Siciliane.
FOTO: Giovanni Bellini
* Ferrovie dello Stato, Tronco Taranto
** Ferrovie Appulo Lucane
Bibliografia di riferimento:
-S. Panareo, Collezione Almanacchi Regionali – Puglia, Torino, 1926, G.B. Paravia;
-F. Tateo, P. Sisto, Terradi Bari, luoghi di memorie, Bari, 2012, Cacucci Editore;
-T. Fiore, Un popolo di formiche, Roma-Bari, 1951, Laterza;
-T.Fiore, Puglia laboriosa, Palermo, 1926, Industrie Riunite Editoriali Siciliane.
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